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Il lupo e la luna, di Marta Telatin

il lupo e la luna

Il lupo e la luna

AUTORE: Marta Telatin

PAGINE: 130

FORMATO: 14x20

EURO: 16,00

GENERE: poesia

ISBN: 978-88-6831-080-6

USCITA: 30 gennaio 2013

FACEBOOK: www.facebook.com/Il-lupo-e-la-luna-di-Marta-Telatin-Edizioni-Galassia-Arte

Prefazione di Salvatore La Mendola

Marta Dixit: “ogni luna ha il suo lupo”. “Ha” o “dovrebbe/potrebbe avere”? Eh sì, il dubbio sorge profondo. Se oltre a cantare con Marta, qualcun* si mettesse a contare, a leggere e contare, cantare e contare, potrebbe giungere a esclamare: “luna batte lupo 56 a 20! (o a 27, se si vuole)”. “Roba da positivisti!” – si potrebbe sempre ribattere – “gente che con la poesia ha, da sempre, pochi contatti… e per fortuna! Che quando al poetare si son accostati… macerie… disastri han fatto”. Troppo poco lunari, per l’appunto; e poi poco in ascolto del loro lupo, dell’animale che è in loro; e che silenziano la loro parte materica, le pietre e i loro vividi colori. La natura finisce così col divenire – per l’appunto – solo “risorsa”: “cosa” da analizzare, frammentare, schematizzare e, alla fin fine, sfruttare.

Niente a che vedere con la polisensorialità entro cui, invece, ci immerge Marta: universi di cui godere, da celebrare contemplando, ciò che da queste pagine trasuda. Eppure… forse… anche i numeri possono far circolare il poetare, possono essere sacri: Pitagora, tra altri, ce l’ha indicato. Se non ti fai imbrigliare da aride strutture, possono indicarti il senso, il soffio del poetare, possono svelarti lo spirito.

La nostra tessitrice di versi, Telatin, cerca l’equilibrio, il Tao. È lì che desidera entrare, lo dice: lo af-ferma? Eppure i conti non tornano, anzi vanno, fluiscono. Quell’equilibrio, l’armonia tra lupo e luna non c’è, manca nell’universo di parole che ci ha dipinto. Marta mente? No, verrebbe da dire, forse è una consapevolezza nascosta, che si ri-vela. È il suo desiderio che parla. È il suo tentativo di portare giù dal cielo, sulla terra – il “de-siderare” – una traccia: “il treno a vapore ripasserà”. Ma per farlo ripassare Marta ci porta più spesso in alto, verso il femminile per riequilibrare l’eccesso di maschile che c’è, che da secoli è il principe di questo mondo: i corpi degli umani sembrano aver dimenticato la necessità di una ricorrente “tintarella di luna”. E io? Che ci faccio qui, a scrivere queste righe? Forse devo soltanto testimoniare dell’essere pronto “a lasciare andare”; soprattutto a saper lasciar andare quando chi ha da partire, esita e il “noi cometa” non vuole ancora “trasformarsi in scia”. Io che al collo, spesso, quasi ogni giorno, da anni porto un lapis, una pietra. Ma tutto questo Marta non lo sa: non l’ha mai visto, ma l’ha avvertito. Così sprofondo quotidianamente nel blu che tanti ha affascinato: i Michelangelo, i Giotto… che della sua polvere han riempito i loro cieli. Una pietra che sorprende e attrae, come un medicamento per aiutare a esprimere sé. È il nobile colore del “sangue blu”; è il colore di Krishna, l’Avatar di Visnu, l’auriga del carro del principe Arjuna nella Bhagavadgītā, ovvero il suo sé più profondo; è la pelle del Buddha della Medicina, ma anche quello dei variegati Puffi di un unico colore. Davvero: se prendiamo sul serio luna e lupis-lazzuli diviene chiaro che “non è più tempo di allacciarci le scarpe durante la notte nei sentieri delle nuvole”. Sul serio è tempo di “partire con te”: e chi è questo “te”? Non ci vien detto, Marta non lo svela: è l’altro? Un te stesso più profondo e più elevato? Un’alterità più ampia e oltre? Non lo sapremo mai, se non ci faremo guidare da quella “nave di stelle” che Marta ci ha imbandito.


Postfazione di Antonio Giampietro

Un desiderio di forma vera

Quello che il lettore ha tra le mani è un libro di transizione. Questo giudizio, che in prima battuta potrebbe essere inteso in maniera erronea, va meglio precisato: non siamo infatti dinnanzi ad un'opera che ne attende un'altra (un libro di attesa), ma piuttosto davanti all'epopea di una creatura che, giunta all'apice della sua maturità, racconta a tutti noi il suo percorso umano. Consci del fatto che raramente le parole mentono, per spiegare meglio il termine che abbiamo utilizzato, potremmo risalire alla sua etimologia. La parola «transizione» (rilevante anche perché offre il titolo ad una delle più interessanti liriche della raccolta), significa propriamente "andare oltre". Ed è proprio ciò che accade in queste pagine: la poetessa, la donna (come più volte essa stessa si definisce), cerca di oltrepassare, penetrare l'essente, con uno sguardo che non tende solo a carpire l'altro da sé, ma anche l'altro di sé.
La luna, il lupo, i protagonisti principi del racconto poetico che si distende con moto uniforme e progressivo, sono le metafore che l'autrice utilizza per reincarnare le proprie fragilità, i propri desideri, le proprie voluttà, i giochi del pensiero, le malinconie, le gioie, i silenzi. In tutto il volume risalta la necessità di colmare un'assenza, si è alla continua ricerca di qualcosa che manca, di cui si ha bisogno. Ne risulta un forte senso di solitudine, il quale però non è sempre sinonimo di tristezza, ma in molti punti, al contrario, si tramuta in energia positiva che spinge il poeta a intensificare la ricerca della diversità che arricchisce, decostruendo e ricostruendo, moltiplicando l'io (con-vivo / sola / nelle / infinite diversità possibili).
Pian piano che i versi scorrono ed il poeta vede riverberare in sé tutte le sfavillanti facce della luna e gli accenti solidi e acuti degli ululati del lupo, la sua forza aumenta, la sua fiamma cresce (nella clessidra / del tempo / non spengo la fiamma).


Dai varchi del tempo compaiono, di tanto in tanto, antichi giochi, come ad esempio quello evocato da un cerchio di gesso tracciato sul selciato: simbolo indelebile (anche se poco visibile), di felicità per i bambini che, liberi e spensierati, saltellano nelle strade dei paesi. Quel cerchio, quella traccia fissata nella memoria, quei giochi d'infanzia sono i segni di un passato che riemerge potente con tutto il suo enorme sapore di mistero, rivelando l'esistenza di una realtà irreale: realtà concreta, perché vissuta, ma allo stesso tempo irreale, perché ormai sogno irripetibile. Il desiderio del poeta, invece, è quello di risvegliare quel sogno. Il timore, che poi sarebbe la gioia più grande, forse l'utopia, è quella di ritrovarsi con «un pugno di farfalle».
Siamo di fronte ad un libro d'amore, ce ne rendiamo conto dall'onnipresenza di un tu, a cui l'autrice si rivolge costantemente, invocato, a tratti, con forza: non si tratta di un referente a cui si può dare un volto umano, ma piuttosto di un personaggio onirico e mitico, capace di scardinare l'ordinarietà del mondo e restituire al poeta il sapore candido della felicità (infilo / un granello di te / sul desiderio / di un bacio).
La raccolta è ricca e multiforme anche per via di un uso particolareggiato dei segni grafici e  di interpunzione. Un esempio ne è l'uso attento delle maiuscole, che marcano i titoli e poche altre lettere o parole nel testo, ma che non compaiono mai in apertura di verso. Il meticoloso e costante lavoro è affinato dall'utilizzo di trattini che servono a rimodulare e sfaccettare il significato delle parole (r-accolgo), ed è arricchito dalla presenza dei puntini di sospensione, che assumono un triplice senso: quando precedono una parola fanno intendere un discorso antecedente, quando ne dividono due (soprattutto nei titoli), si mostrano come un ponte tra i significati,  quando seguono le stesse lasciano aperta una zona d'ombra come spazio vivido per l'immaginazione del lettore.


Col procedere dei versi si assiste ad una costante metamorfosi dei soggetti del racconto lirico: il lupo e la luna assumono forme articolate e varie, producono suoni e colori originali e diversi. Immersi nelle loro continue trasformazioni, essi finiscono per divenire più labili nei loro contorni e, sfumandosi sempre più, si confondono, a tratti fondono, dando origine a figure nuove: così nel cielo della notte il poeta può ammirare una creatura fantastica, al medesimo tempo delicata e forte (in cielo / un lupislazzulo / come anello nella notte / sorseggia / l’immenso).
La poesia di Marta Telatin è una poesia notturna, nella quale però non prevalgono le tenebre e l'oscurità, ma i colori. Essa a volte irrompe anche nel pomeriggio semi-buio, in cui domina la pioggia che tende sempre a purificare e da cui nasce quella variopinta immagine di speranza che è l'arcobaleno.
Lo sforzo della poetessa è concentrato nella continua ricerca della luce, della forma vera: ed infatti, incamminandoci verso la fine di questa intensa raccolta, ci troviamo d'innanzi ad una luminosissima apparizione, che irradia il lettore. Si tratta di un'immagine abbagliante, una reminiscenza dal sapore dantesco: il cielo si mostra in Una tempesta di stelle.




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